Datacenter: forse è il momento di fermarsi e alzare il livello della valutazione

La variante depositata dal proponente del datacenter di Lacchiarella non può essere considerata un semplice passaggio tecnico.

Il nuovo elaborato interviene su un punto centrale: la quantità di gasolio stoccato, le sostanze pericolose presenti nell’impianto e la verifica di applicabilità della normativa Seveso III.

A prima vista qualcuno potrebbe leggerla come una buona notizia: meno gasolio, meno sostanze pericolose, meno criticità.

In realtà è anche una prima vittoria dei cittadini e dei comitati, che con studio, dedizione e documenti alla mano hanno portato alla luce un tema che non poteva essere liquidato come allarmismo.

Ma proprio per questo non possiamo fermarci alla soddisfazione per una modifica progettuale. Dobbiamo chiederci perché un nodo così rilevante sia emerso solo dopo la pressione civica e le osservazioni presentate agli atti.

Le domande poste dai cittadini, dai comitati e anche nelle osservazioni istituzionali non erano numeri a caso. Erano domande fondate.

Nelle osservazioni che ho depositato nell’ambito della procedura VIA, il tema era stato indicato in modo chiaro: mancava una verifica formale e documentata di assoggettabilità alla disciplina Seveso III e non risultava una compiuta analisi degli scenari incidentali connessi ai quantitativi di gasolio previsti dal progetto.

Negli elaborati progettuali precedenti era indicata la presenza di 160 generatori di emergenza alimentati a gasolio, con serbatoi sotto generatore e ulteriori vasche di rabbocco. La capacità potenziale complessiva di stoccaggio carburante era stata stimata in oltre 4.200 m³, pari a circa 4,2 milioni di litri di gasolio.

Ora il proponente deposita una relazione specifica sull’applicabilità della Direttiva Seveso III.

Nel nuovo documento si legge che, a seguito di approfondimenti e ottimizzazioni progettuali, sono state ridotte le esigenze in termini di autonomia del campus in assenza di fornitura elettrica, con conseguente riduzione dello stoccaggio complessivo di combustibile dei generatori di emergenza.

Il dato è significativo: dai valori precedentemente indicati, pari a oltre 4.000 m³ di gasolio nei serbatoi principali, più ulteriori 200 m³ nei serbatoi verticali, si passa ora a 2.569,88 m³ nei serbatoi principali, più 200 m³ nei serbatoi verticali, per un totale di 2.769,88 m³.

La stessa relazione considera inoltre anche il refrigerante R32, oltre al gasolio, ai fini della verifica complessiva.

La conclusione del proponente è che, dopo queste modifiche e dopo il ricalcolo, il sito non rientrerebbe nell’ambito di applicazione della Direttiva Seveso III.

Ma proprio questo è il punto politico e amministrativo.

Se per arrivare a quella conclusione è stato necessario ridurre i quantitativi, ricalcolare le sostanze presenti e produrre una relazione specialistica, allora il nodo Seveso III era reale, concreto e tutt’altro che secondario.

C’è poi un ulteriore aspetto, forse ancora più delicato.

Il nuovo documento non si limita a spiegare meglio un dato già presente. Parla di ottimizzazioni progettuali, riduce lo stoccaggio complessivo di combustibile e afferma che alcune tabelle precedentemente depositate vengono sostituite.

Una precisazione chiarisce un dato.
Una modifica progettuale cambia quel dato.

E qui il dato cambia.

Per questo serve un chiarimento formale: i cittadini hanno partecipato e presentato osservazioni su un progetto. Ora il proponente deposita un documento che modifica elementi rilevanti di quel progetto.

La partecipazione pubblica resta pienamente valida o deve essere riaperta?

È una domanda semplice, ma fondamentale.

Perché se, dopo la chiusura della fase partecipativa, vengono modificati aspetti rilevanti del progetto, è necessario chiarire se i pareri già espressi dagli enti, le osservazioni già presentate dai cittadini e le valutazioni già svolte siano ancora riferibili al progetto oggi all’esame della Commissione.

Non è una questione burocratica. È una questione di trasparenza, correttezza del procedimento e rispetto del diritto dei cittadini a partecipare in modo effettivo alle decisioni che incidono sul territorio.

Il punto non è accusare qualcuno di dolo o di negligenza.

Il punto è capire se, davanti a infrastrutture nuove e complesse come i data center, il nostro sistema istituzionale e tecnico sia davvero preparato a valutarne tutti gli effetti.

Non parliamo solo di urbanistica, consumo di suolo o energia.

Parliamo anche di sicurezza industriale, rischio di incidente rilevante, protezione civile, gestione delle emergenze, impatti cumulativi sul territorio, infrastrutture elettriche connesse, sottostazioni, elettrodotti, gruppi elettrogeni, depositi di carburante, rumore, calore disperso, acqua, viabilità e qualità della vita delle comunità coinvolte.

Questo vale per Lacchiarella, ma non solo per Lacchiarella.

Nel quadrante sud e sud-ovest milanese si sta concentrando un numero crescente di data center e infrastrutture energetiche connesse, con effetti che non possono essere valutati separatamente progetto per progetto.

Serve una valutazione complessiva, coordinata e trasparente, capace di misurare gli effetti reali di queste infrastrutture sull’ambiente, sulla salute, sulla sicurezza e sulla qualità della vita delle comunità interessate.

È un punto che ho già richiamato anche nella dichiarazione rilasciata a Sky TG24: davanti alla concentrazione di data center e infrastrutture energetiche nel nostro territorio, non basta valutare un progetto alla volta.

Per questo credo che oggi sia necessario rallentare un attimo.

Non per bloccare l’innovazione.
Non per dire no ai data center in modo ideologico.
Non per opporsi al cambiamento.

Ma per governarlo.

Forse sarebbe opportuno sospendere o quantomeno rivalutare i pareri favorevoli già espressi, alla luce dei nuovi elementi emersi. Forse sarebbe necessario aprire un tavolo di confronto di alto profilo, con tecnici competenti, amministratori locali, Regione, Ministero e soggetti interessati, per capire davvero cosa stiamo autorizzando e quali conseguenze produrrà sul territorio.

Le domande oggi sono semplici, ma decisive.

Siamo sicuri che tutti gli impatti siano stati valutati avendo a disposizione tutte le informazioni?
Siamo sicuri che i singoli progetti non stiano producendo, insieme, un effetto molto più grande della somma delle singole autorizzazioni?
Siamo sicuri che i territori siano stati messi nelle condizioni di capire, partecipare e incidere davvero?

E c’è un tema ancora più ampio.

In Italia si torna a discutere di grandi scelte energetiche, compreso il possibile ritorno al nucleare. Ma se oggi fatichiamo a valutare in modo coordinato infrastrutture come data center, sottostazioni elettriche, depositi di carburante e sistemi energetici connessi, siamo davvero preparati ad affrontare scelte ancora più complesse?

Questa domanda non è provocatoria. È una domanda di responsabilità.

Chi amministra, chi autorizza, chi valuta e chi rappresenta i cittadini deve avere il coraggio di fermarsi quando emergono elementi nuovi. Deve saper ascoltare anche le osservazioni scomode. Deve riconoscere il valore della partecipazione, soprattutto quando arriva da cittadini che hanno studiato, approfondito e documentato il proprio lavoro.

Essere civici non significa solo dichiararsi lontani dalle logiche di partito. Significa mettere il territorio prima delle convenienze, anche quando questo può creare imbarazzo, disturbare equilibri o incidere sui rapporti politici personali.

La partecipazione dei cittadini non è un fastidio.
È controllo democratico.
È tutela del territorio.
È senso civico.

Prima di correre verso nuove grandi opere, serve una cosa semplice: competenza, trasparenza e capacità di governo.

Perché l’innovazione è una grande opportunità solo se viene accompagnata da responsabilità.

Yuri Corisio
Consigliere comunale – Lista civica INSIEME

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