Data center Lacchiarella-Badile: non basta valutare un progetto alla volta

Ieri sera ho partecipato all’incontro organizzato a Lacchiarella dal Comitato per la tutela del territorio certosino sulle problematiche legate al grande data center previsto nell’area di Lacchiarella e alle infrastrutture connesse.

Nel mio intervento ho cercato di ribadire un punto che considero fondamentale: non si tratta di essere contrari per principio ai data center, alla tecnologia o all’innovazione.

Il tema è un altro.

Non possiamo accettare che opere di questa portata vengano valutate come interventi isolati, separate dal contesto territoriale in cui si inseriscono.

Il data center previsto a Lacchiarella, il progetto Amazon previsto a Zibido San Giacomo, il progetto K2 nell’area di Badile, la nuova sottostazione elettrica Terna “Lacchiarella Ovest”, gli elettrodotti, gli eventuali sistemi di accumulo energetico, i gruppi elettrogeni, il consumo di suolo agricolo e le infrastrutture connesse devono essere letti insieme. Il territorio non è una somma di lotti separati. Gli impatti si sommano e ricadono sulle stesse comunità.

Per questo serve una valutazione complessiva, seria e trasparente. Non progetto per progetto. Non Comune per Comune. Non pezzo per pezzo.

Durante la serata è emerso con forza che il tema non riguarda solo Lacchiarella. Riguarda anche Badile, Zibido San Giacomo e tutto il quadrante sud e sud-ovest milanese.

Il ruolo delle osservazioni e la responsabilità del Ministero

Alla fine della serata sono intervenuto anch’io, non come relatore invitato, ma come consigliere comunale di Zibido San Giacomo presente all’incontro.

Nel mio intervento ho richiamato il valore delle osservazioni presentate dai cittadini, dai comitati e dalle realtà civiche.

Le osservazioni tecniche non sono un atto simbolico. Servono a far capire al Ministero e agli enti competenti che il territorio è attento, che le persone leggono gli atti, fanno domande e pretendono risposte.

Come lista civica INSIEME abbiamo presentato un’osservazione specifica sulla possibile applicazione della normativa Seveso III. È un contributo sintetico rispetto al lavoro molto più ampio e approfondito svolto dal comitato e da Enrico Duranti, ma tocca un nodo decisivo.

Il Ministero deve assumersi la responsabilità di dire formalmente se l’impianto rientra o non rientra nella normativa Seveso III.

Non può bastare una rassicurazione generica del proponente.

Se il progetto non rientra nella Seveso III, lo dicano gli enti competenti con una valutazione chiara e motivata.

Se invece rientra, allora cambia tutto: servono analisi di rischio, piani di emergenza, verifiche urbanistiche, valutazioni ambientali e sanitarie coerenti con uno stabilimento a rischio di incidente rilevante.

Questo passaggio è decisivo, anche perché potrebbe incidere non solo sul progetto di Lacchiarella, ma anche sugli altri insediamenti previsti nelle vicinanze.

Non un semplice edificio tecnologico

Uno dei punti emersi con maggiore chiarezza durante l’incontro è che un data center di queste dimensioni non può essere trattato come un semplice edificio tecnologico.

Parliamo di un’infrastruttura enorme, energivora, composta da server, sistemi di raffreddamento, gruppi elettrogeni di emergenza, stoccaggi di carburante, impianti tecnologici e opere connesse.

Nel caso di Lacchiarella sono stati richiamati numeri molto importanti, che richiedono verifiche puntuali da parte degli enti competenti, ma che già da soli spiegano perché non si possa parlare di un’opera ordinaria.

Un’infrastruttura di questo tipo consuma energia, produce calore, richiede sistemi di raffreddamento, necessita di alimentazione elettrica continua e porta con sé una serie di opere funzionali.

È per questo che il rapporto con la nuova sottostazione elettrica Terna non può essere considerato marginale.

Se una nuova infrastruttura elettrica serve anche a sostenere la crescita dei data center nel territorio, allora deve entrare pienamente nella valutazione complessiva degli impatti.

Il calore disperso: un tema troppo spesso sottovalutato

Uno degli interventi più significativi è stato quello del fisico Sergio Manera, che ha affrontato il tema del calore disperso dai data center.

Il concetto di fondo è semplice ma molto rilevante: l’energia elettrica consumata da un data center si trasforma sostanzialmente in calore.

Quel calore deve essere smaltito. Se non viene recuperato o gestito adeguatamente, finisce nell’ambiente circostante.

Durante la relazione è stato spiegato che i sistemi di raffreddamento, i cosiddetti chiller, espellono aria calda. Il problema è che spesso, nei documenti progettuali, dopo l’espulsione dai chiller il calore sembra quasi sparire, senza una vera valutazione dei possibili effetti sull’ambiente.

In Pianura Padana questo tema è particolarmente delicato. La nostra area è caratterizzata da fenomeni di inversione termica, scarsa ventilazione e condizioni atmosferiche che possono ostacolare la dispersione verticale dell’aria calda.

Il rischio evidenziato durante l’incontro è quello di creare o aggravare isole di calore, con possibili effetti sul microclima, sull’agricoltura, sulla biodiversità e sulla qualità della vita delle persone.

È stato inoltre richiamato il tema del recupero del calore. La normativa europea impone almeno una valutazione seria della fattibilità del recupero termico. Non basta dire che non conviene economicamente. Se il recupero è tecnicamente possibile, deve essere valutato in modo rigoroso.

Il calore prodotto da un’infrastruttura così grande non può essere trattato come un dettaglio secondario.

Salute pubblica: i rischi da valutare

Un altro intervento importante è stato quello della dottoressa Federica Brenta, medico dell’Istituto Nazionale dei Tumori, che ha affrontato gli aspetti sanitari legati a questi insediamenti.

Sono stati richiamati diversi temi: emissioni dei generatori, particolato fine, ossidi di azoto, anidride solforosa, qualità dell’aria, rumore, disturbi del sonno, salute cardiovascolare, patologie respiratorie, fragilità delle persone vulnerabili e impatti cumulativi.

Il punto più rilevante è che non si può valutare un singolo data center come se fosse isolato dal contesto.

La Pianura Padana è già un territorio fragile dal punto di vista della qualità dell’aria. Aggiungere nuove fonti emissive, anche se legate a funzionamenti periodici o emergenziali dei generatori, richiede valutazioni molto rigorose.

Durante l’incontro è stato ricordato che l’Istituto Superiore di Sanità, in altri procedimenti relativi a data center, ha chiesto approfondimenti puntuali su emissioni, PM2.5, anidride solforosa, impatti cumulativi e popolazione esposta.

La salute pubblica non può essere affrontata con valutazioni parziali o rassicurazioni generiche.

Acqua, falde e vulnerabilità del territorio

Una questione emersa con forza riguarda l’acqua.

Il territorio di Lacchiarella, Badile e Zibido San Giacomo è caratterizzato da falde superficiali, fontanili, suoli agricoli e un equilibrio idrico delicato.

Durante la serata è stato evidenziato che l’area interessata dal progetto presenta, secondo gli strumenti urbanistici richiamati dai relatori, una vulnerabilità dell’acquifero. È stato ricordato anche che in alcune zone la falda può trovarsi a profondità molto ridotte.

Questo rende ancora più delicata la presenza di impianti tecnologici complessi, serbatoi, sostanze potenzialmente inquinanti, fasi di cantiere e infrastrutture connesse.

Si è parlato anche di possibili rischi legati ai sistemi di raffreddamento, ai glicoli, ai PFAS e alla legionella. Sono temi che richiedono verifiche tecniche specifiche, ma che non possono essere ignorati.

Quando si parla di acqua, la prudenza deve essere massima. Un eventuale impatto sulle falde non riguarderebbe solo il perimetro dell’intervento, ma potrebbe avere conseguenze più ampie sul territorio.

Rischio sismico e liquefazione del suolo

Durante l’incontro è stato affrontato anche il tema del rischio sismico.

È stato spiegato che, secondo quanto sostenuto dai relatori, gli studi progettuali dovrebbero considerare in modo più approfondito le sorgenti sismogenetiche più recenti e la classificazione dell’opera in relazione alla sua eventuale natura di stabilimento soggetto alla normativa Seveso III.

Il punto è chiaro: se un impianto dovesse essere considerato a rischio di incidente rilevante, non potrebbe essere valutato come un normale capannone o un normale insediamento produttivo.

È stato inoltre richiamato il tema della possibile liquefazione del suolo, in particolare in presenza di terreni sabbiosi, limosi e falde superficiali.

Anche questo aspetto richiede valutazioni specialistiche. Ma proprio per questo deve essere approfondito dagli enti competenti, senza scorciatoie.

Emissioni, generatori e normativa Seveso III

Un altro tema centrale è stato quello dei gruppi elettrogeni di emergenza e dello stoccaggio di gasolio.

Durante l’incontro è stato evidenziato che il progetto prevederebbe un numero molto elevato di generatori alimentati a gasolio e un quantitativo complessivo di carburante potenzialmente rilevante.

Se i quantitativi indicati dovessero essere confermati e superare determinate soglie, la possibile applicazione della normativa Seveso III diventerebbe un punto inevitabile.

La normativa Seveso non riguarda solo il rischio di incidente immediato, ma anche la compatibilità del territorio con uno stabilimento a rischio di incidente rilevante, la pianificazione urbanistica, la protezione della popolazione, la gestione delle emergenze e gli impatti ambientali.

Per questo non può essere liquidata come un dettaglio tecnico.

È una questione di sicurezza, di pianificazione e di responsabilità istituzionale.

L’impatto cumulativo: la mappa parla chiaro

Durante l’incontro è stata mostrata una mappa con diversi cerchi di influenza attorno ai data center previsti o in valutazione.

L’immagine rende evidente un punto centrale: non siamo davanti a un singolo progetto isolato, ma a una concentrazione di interventi che rischia di trasformare l’intero quadrante sud e sud-ovest dell’area metropolitana milanese.

Se ogni progetto viene valutato separatamente, si rischia di non cogliere l’effetto complessivo sul territorio.

Consumo di suolo, calore disperso, fabbisogno energetico, emissioni, elettrodotti, sottostazioni, accumuli a batterie e impatti sulle comunità locali devono essere valutati insieme.

Il territorio non può essere considerato come una somma di lotti separati.

Gli impatti si sommano.

Zibido San Giacomo rischia due data center

Per Badile e Zibido San Giacomo questo tema è particolarmente rilevante.

Il nostro Comune non sarebbe coinvolto solo indirettamente dal progetto di Lacchiarella. Zibido San Giacomo rischierebbe infatti di trovarsi con due data center sul proprio territorio: il progetto Amazon e il progetto K2 nell’area di Badile.

A questi si aggiunge la nuova sottostazione elettrica Terna “Lacchiarella Ovest”, collocata in un quadrante strettamente connesso a Badile e alle infrastrutture energetiche necessarie ad alimentare questi grandi insediamenti.

Questo significa che il tema non può essere letto come una questione che riguarda solo Lacchiarella o solo un singolo progetto. Zibido San Giacomo sarebbe pienamente dentro questa trasformazione territoriale.

La concentrazione di opere rischia di cambiare radicalmente la natura di una parte importante del nostro territorio: data center, sottostazione elettrica, elettrodotti, infrastrutture energetiche, consumo di suolo agricolo e possibili ulteriori opere connesse.

Non possiamo permettere che Badile diventi semplicemente il punto di ricaduta di decisioni prese altrove o di valutazioni fatte a pezzi.

Serve una visione sovracomunale. Quando gli impatti superano i confini di un Comune, devono essere coinvolti pienamente Città Metropolitana, Regione Lombardia e tutti gli enti competenti.

E serve soprattutto una valutazione cumulativa, perché due data center nello stesso Comune, insieme alla sottostazione elettrica e alle opere energetiche connesse, non possono essere trattati come episodi separati.

Il rischio della bolla speculativa

Nel mio intervento ho richiamato anche un altro tema: il rischio di una bolla speculativa.

Oggi i data center attirano investimenti enormi. I Comuni possono vedere in questi progetti una fonte importante di oneri di urbanizzazione.

Ma gli oneri non possono diventare il prezzo con cui si accetta qualsiasi trasformazione del territorio.

Bisogna chiedersi cosa resterà tra venti, trenta o quarant’anni. Quanto dureranno questi impianti? Chi si occuperà dello smaltimento? Chi pagherà eventuali bonifiche? Quale sarà il destino di strutture enormi, serbatoi, generatori, impianti tecnologici e aree da riconvertire?

A Badile conosciamo già il problema delle aree abbandonate e delle bonifiche difficili. Per questo non possiamo permetterci di ragionare solo sull’investimento immediato.

Conclusione

L’incontro di ieri sera ha confermato che la questione dei data center non può essere liquidata con poche frasi rassicuranti.

Ci sono temi tecnici complessi: calore, emissioni, acqua, falde, rischio sismico, rumore, salute, Seveso III, sottostazione elettrica, accumuli, impatto cumulativo.

Ci sono temi politici: trasparenza, partecipazione, responsabilità degli enti, ruolo dei Comuni, futuro del territorio.

E ci sono temi civici: il diritto dei cittadini a essere informati, ascoltati e coinvolti.

Come INSIEME continueremo a seguire questa vicenda con attenzione, senza slogan e senza semplificazioni, ma con la convinzione che il territorio vada difeso con serietà, competenza e responsabilità.

La prudenza non è paura.

La prudenza è rispetto per la salute, per l’ambiente, per l’acqua, per il suolo agricolo e per il futuro delle nostre comunità.

Yuri Corisio

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